 | Intervista a Joel Sartore |  |
Inviato: Mer Ago 22, 2007 6:04 pm |
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| christian64 |
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Joel Sartore fotografo del National Geographic Magazine con oltre 19 servizi pubblicati sulla prestigiosa rivista americana ha ricevuto numerosi premi e riconoscimenti. E' considerato uno dei migliori fotoreporter naturalistici a livello mondiale.
Chi è Joel Sartore?
Sono una persona abbastanza normale, ma con una personalità forte, appassionata, e anche un po' ossessiva. Adoro passare il tempo con la mia famiglia, mangiare gelati e, a volte, scattare fotografie…
Domanda di rito: qual è stata la tua formazione e come sei diventato fotografo professionista?
Sì, questa è la domanda che mi è stata rivolta più di frequente e a cui sono solito rispondere: Ho cominciato con molta determinazione! E, anche se questa potrebbe sembrare una risposta semplicistica, in definitiva, è quella più sincera. Ho iniziato lavorando per sei anni alla redazione di un quotidiano a Wichita, nello stato americano del Kansas; prima come fotografo, poi come direttore della fotografia. Verso la metà di questo percorso, ho incontrato James Stanfield, una delle leggende della fotografia del National Geographic. Ha cortesemente esaminato il mio lavoro, suggerendomi di inviare un mio portfolio alla redazione della rivista a Washington, D.C. Poi, per due anni, ho spedito una selezione dei miei scatti migliori fatti al giornale; più o meno ad intervalli di tre mesi. Questo, alla fine, ha portato ad un assignment, un incarico per una giornata, seguito, pochi mesi dopo, da uno di nove giorni e così via.
Molti mitizzano, la sua fama: ma che cosa vuol dire realmente lavorare per il National Geographic?
Di sicuro non si tratta di un lavoro facile. Ci sono sempre decine di persone con volontà e capacità tali da poter occupare il tuo posto appena sbagli, perciò non ci si può assolutamente permettere di... battere la fiacca. Quando sono a lavoro sul campo, penso e mi preoccupo costantemente di ottenere buone immagini. Quando scatto una bella fotografia, è una bellissima sensazione; ma, quando non ci riesco, mi sento veramente depresso.
A parte il rischio depressione, come prende forma una storia? O meglio: che tipo di lavoro c'è dietro un articolo destinato ad apparire sul National Geographic?
Come ho accennato, è possibile presentare l'idea per una storia, ma è anche probabile che te ne venga suggerita una. Ma non è così semplice perché poi ci sono tutta una serie di verifiche. Il primo importante passo per ottenere l'approvazione del progetto è rappresentato dal cosiddetto one-pager. Si tratta di un testo di un pagina, che (a) spiega le ragioni che possono rendere una storia importante, (b) che cosa la renderà unica e soprattutto (c) che rappresenti un buon motivo perché il National Geographic spenda dei fondi per seguire il progetto nel momento in cui viene presentato. Ogni proposta deve rispettare questi tre criteri altrimenti verrà inevitabilmente cestinata.
E a questo punto...
Si arriva al secondo passo, che è quello di documentarsi sull'argomento e di creare una lista di massima delle situazioni da fotografare. Quindi, per ogni progetto, mi viene assegnato un photo editor il quale mi aiuta a sviluppare idee assicurandosi che meritino di essere assecondate. Una volta arrivati a questo punto, si stabilisce un budget, ci si occupa degli aspetti logistici ed io posso cominciare a scattare fotografie sul campo.
Quindi il gioco è fatto,
No, assolutamente. Verso la metà di un incarico, mi reco alla redazione centrale, a Washington, per incontrarmi con il photo editor e con i direttori allo scopo di mostrare i miei progressi. Insieme al photo editor presento una proiezione delle migliori immagini ottenute fino a quel momento, discutendole con le persone presenti al meeting, e queste, alla fine, decidono se la storia verrà o meno portata a termine.
Poi che succede?
Quando la storia è terminata, si torna a Washington, per un'altra proiezione di diapositive, che, questa volta, però, include soltanto il meglio del meglio dell'intero lavoro. Dopodiché, con il photo editor, ci si occupa di effettuare la selezione delle immagini che saranno pubblicate.
Si racconta che voi del National Geographic scattiate migliaia di fotografie. E' proprio così?
Eccome! In un incarico normale, di solito scatto circa 800 rullini da 36 fotogrammi, il che vuol dire poco meno di 30.000 immagini. Ma, soltanto un numero minimo di queste... diciamo da una a due dozzine a seconda dell'argomento sarà poi pubblicato. Una volta selezionate le diapositive, ritorno ancora in redazione per controllare il layout, ovvero l'impaginazione del servizio, e cioè il modo in cui fotografie e testo vengono combinati insieme per la pubblicazione. Definita l'impaginazione, collaboro alla correzione delle didascalie (che al National Geographic le chiamano legends), affinché sia rispettata la massima accuratezza.
Ciò significa che tra le riprese e la pubblicazione passano dei mesi.
Mesi? Una storia viene solitamente pubblicata uno o due anni dopo che le fotografie sono state scattate e, durante tutto questo periodo, sono legato per contratto a mantenerne segreti i dettagli. Poi, una volta che la storia è stampata, è veramente una bellissima sensazione vedere il progetto finalmente portato a termine. Oltre al National Geographic, non conosco nessun'altra rivista che lavori a così stretto contatto con i fotografi e sono veramente contento di avere voce in capitolo nella fase di selezione e di impaginazione.
Joel, come ti comporti durante un incarico? Come ti muovi sul campo e come ti rapporti con persone ed animali?
Io non faccio differenza tra uomini ed animali: per me è di vitale importanza osservare sempre il massimo rispetto per i soggetti. Nel caso delle persone, ciò significa interessarsi alla loro vita e prestare sincera attenzione a ciò che hanno da dire e da mostrare. Questo significa anche inviare loro delle stampe quando ho detto che lo farò mantenendo sempre le promesse. Se mi trovo a scattare fotografie nella proprietà di qualcuno, mi comporto come se fosse la mia, lasciandola nelle stesse (o migliori) condizioni di come l'ho trovata.
Spiegati meglio.
Con i soggetti naturali, il rispetto implica il solito codice di comportamento in esterni, per esempio lasciare ogni cosa come la si trova e portare via i propri rifiuti; mentre, per quanto riguarda gli animali, ciò significa disturbarli il meno possibile. Prima ancora di mettere piede fuori casa, mi documento sui soggetti e parlo con le persone che conoscono l'area in cui andrò a lavorare. Cerco di imparare le regole di comportamento: per esempio qual è la minima distanza a cui è possibile avvicinarsi, quali atteggiamenti è necessario evitare e quali possano essere i segnali di allarme. Per ottenere buone fotografie di qualsiasi animale, il lavoro preventivo è di fondamentale importanza. L'obiettivo è sempre quello di ottenere buone immagini del soggetto che deve comportarsi normalmente, senza mostrare aggressività o timore nei confronti del fotografo.
Cosa pensi quando sei dietro la macchina fotografica?
Quando lavoro per un incarico, penso qualcosa del tipo: scatta questa foto! Questa non puoi mancarla! Scatta questa foto! Puff, che caldo! Scatta questa foto! Oh, ho dimenticato di fare colazione! Scatta questa foto! Accidenti, è pieno di insetti! Scatta questa foto...
Immagino che tu parta con un corredo di materiale imponente. Quale e quanta attrezzatura porti con te per un incarico del National Geographic?
Vuoi la lista? Ecco, il mio normale equipaggiamento include tre corpi Nikon F5 o F6 e un corpo Nikon F90. Poi ci sono gli obiettivi, tutti Nikon: 17-35mm f/2,8 AF-S, 28-70mm f/2,8 AF-S zoom, 70-200mm f/2,8 AF-S VR, 400 mm f/2,8 AF-S, Nikon 600 mm f/4 AF-S ed i moltiplicatori 1,4x e 2x. Poi non mancano i flash Nikon SB-28 e SB-80DX, l'esposimetro Minolta Autometer VF, il treppiede Gitzo, la testa a sfera Kirk BH3, la testa Wimberly (per gli obiettivi più pesanti), un pannello riflettente Oro/Argento e fogli in gelatina color ambra per riscaldare la luce del flash.
Per esigenze più particolari, l'attrezzatura include il comando di scatto a distanza Pocket Wizard con il sistema di fotocellule Trailmaster, un corpo macchina Nikon F70, custodie e flash subacquei.
Hai detto che consumi anche 800 rulli di pellicola, ma quanti ne scatti al giorno?
Dipende. Il numero varia a seconda delle giornate. Diciamo che per una storia del National Geographic di solito scatto 10-20 rullini al giorno, i quali, ovviamente, diventano un numero veramente notevole quando sono sul campo per 8-10 settimane di seguito.
Dal momento che viaggi con così tante pellicole, come ti comporti ai controlli a raggi-X degli aeroporti?
Trasporto tutti i rullini fuori dei loro contenitori in buste di plastica trasparenti con chiusura ermetica. In questo modo, riesco di solito a far ispezionare a mano tutto il materiale invece di farlo passare ai raggi-X. In nessuna occasione lascio che delle pellicole non sviluppate vengano esposte ai raggi-X destinati alle valige consegnate al check-in perché sono molto più potenti e possono rovinare il materiale sensibile.
Quando sei in viaggio, spedisci le pellicole esposte alla redazione del National Geographic o li tieni con te?
Di solito cerco di spedire le pellicole in America non appena ho scattato 40-50 rullini. Mi rende nervoso avere con me molto materiale esposto quando sono sul campo: il rischio che possa venire perso, danneggiato o rubato è troppo elevato.
In questo caso, dopo che le pellicole hanno raggiunto la redazione, ricevi qualche tipo di feedback? Consigli, richieste di nuovi scatti...
Talvolta. Tuttavia, nella maggior parte dei casi, nel tempo che occorre al materiale per arrivare a destinazione, venire sviluppato ed esaminato dal photo editor, io mi trovo già in un altro posto a scattare nuove immagini. Comunque, i risultati vengono esaminati e discussi più che sufficientemente quando mi trovo in redazione per la selezione finale.
Come descriveresti il tuo stile: cosa vuoi comunicare alle persone attraverso le tue immagini?
Con le mie immagini di natura, ciò che spero di trasmettere è l'assoluta necessità di salvare i luoghi selvaggi e le specie minacciate. Noi, come umani, abbiamo una possibilità di scelta ed io nutro la speranza che, avendo davanti agli occhi la natura in pericolo, la gente decida di salvarla.
Cosa rende "buona" una fotografia?
E' molto semplice: una bella luce, uno sfondo pulito ed un soggetto interessante. Il sistema che utilizzo per testare i miei criteri di interesse è quello che chiamo "Ehi, cara!". In pratica, quando viaggio insieme a mia moglie in macchina e lei mi siede accanto sfogliando una rivista, richiamo la sua attenzione per mostrarle qualcosa lungo la strada. Ciò mi aiuta a capire se è abbastanza interessante per giustificare l'interruzione o se la sto solo seccando!
Quale delle tue fotografie ha per te un significato veramente particolare?
L'immagine dei due pappagalli Ara macao in volo, scattata nel Parco di Madidi in Bolivia, ha un grande significato per me. In parte, a causa delle terribili condizioni fisiche in cui mi trovavo durante il servizio e di ciò che ho dovuto passare per ottenere la fotografia; ma, soprattutto per l'effetto che da quell'immagine ha determinato. Il governo boliviano era pronto a costruire una diga che avrebbe inondato l'intero Parco nazionale.
Quando venne pubblicato il servizio, questi due pappagalli apparvero sulla copertina del National Geographic, costituendo una grande pubblicità per Madidi. In seguito, mi è stato detto che, subito dopo l'uscita della rivista, sono state fatte molte pressioni sul governo per fermare il progetto. Così è stato, ed il parco è stato salvato. Attualmente, la costruzione di una strada rappresenta una nuova minaccia per Madidi, ma, per lo meno, oggi non c'è una diga al posto della foresta.
Cosa pensi della tecnologia digitale? Influenza in qualche modo il tuo metodo di lavoro?
Non ho ancora scattato nessuna fotografia digitale per il National Geographic, ma l'ho fatto per altri brevi incarichi. Per me, il digitale è molto più semplice per il fatto che posso vedere cosa ho fotografato subito dopo lo scatto, perciò so quando ho ottenuto ciò che volevo. Quando lavoro con la pellicola, non ho idea di cosa ho ottenuto, quindi continuo a fotografare fino a quando è possibile. Molte delle mie migliori fotografie sono state scattate in momenti, in cui, se avessi saputo di aver già ottenuto quello che volevo, avrei messo via l'attrezzatura e preso la strada di casa. Per questo motivo, quindi, mi chiedo se, alla lunga, il digitale potrebbe ridurre la qualità del mio lavoro. Ma solo il futuro potrà dirlo.
E' davanti agli occhi di tutti quale direzione stia prendendo la fotografia professionale. Solo poche agenzie fotografiche sopravvivono, più grandi giorno dopo giorno. Queste monopolizzano il web e prevalgono su quelle più piccole. Poi, il mercato sembra saturo. C'è meno interesse per le tematiche ambientali e ci sono molte meno riviste di natura in commercio rispetto agli anni Ottanta. Quale potrà essere, secondo te, il futuro della fotografia naturalistica?
Ci sarà sempre spazio per la fotografia naturalistica, che è ora più importante che mai. Esiste sempre la speranza che belle immagini di luoghi veramente selvaggi possano incoraggiare la gente a preservarli. Non conosco la situazione in Europa, ma negli Stati Uniti c'è ancora un mercato fiorente per le riviste di natura. Molte organizzazioni legate alla conservazione degli animali pubblicano riviste proprie, tra cui alcune delle migliori dell'intera editoria americana.
E le "classiche" immagini di natura? Mi chiedo se tra dieci anni ci sarà ancora interesse per le fotografie di leoni del Serengeti o dei pinguini in Antartide?
Ci sarà sempre interesse per quelle immagini, perché rappresentano ciò che il pubblico medio si aspetta di vedere quando si trova davanti a delle fotografie "di natura". La sfida, per noi fotografi, è di creare qualcosa di fresco ed innovativo, che possa interessare tutti, a partire dall'appassionato di fotografia fino al pubblico più generico.
Adesso una notizia di servizio che interesserà molti perché tu stai organizzando un workshop in Italia per l'anno prossimo. Che ruolo ha questo business nella tua attività?
Adoro tenere workshop, perché spesso sono molto più piacevoli del lavoro sul campo in un luogo remoto ed inospitale; poi, perché di solito mi permettono di passare un po' più di tempo con la mia famiglia. Ma è anche bello incontrarsi, collaborare con altri fotografi e vedere cosa succede in altre parti del mondo. Terrò un workshop in Toscana nella seconda metà di maggio. Il mio scopo primario è quello di insegnare come sviluppare la propria visione creativa ed utilizzare la migliore luce possibile. Perciò, ci concentreremo prinicipalmente sulla fotografia di paesaggio e dei dettagli.
Cosa ti aspetti da questa esperienza?
Vedi, i miei genitori sono italiani, perciò spero di conoscere qualcosa di più sulle mie origini. Da quanto ho potuto vedere sinora, la Toscana mi ricorda la mia casa qui nella prateria americana. Per queste due ragioni, so già che mi sentirò a casa.
Ultima domanda molto classica: quali consigli daresti ad un principiante che volesse seguire i tuoi passi?
Il mio suggerimento è questo: lavorate duro, preferibilmente per qualcuno o per un'organizzazione che possa aiutarvi nella professione. Un giornale, un sito web o qualsiasi cosa. Scattate una tonnellata di immagini con la vostra macchina fotografica. Ogni nuova situazione ha il potenziale di migliorare la vostra fotografia. Ascoltate il vostro direttore e rispettate i suoi consigli su come rendere migliore il vostro lavoro. Imparate ad accettare le critiche ed utilizzatele per affinare la vostra tecnica. La professione del fotografo è difficile e i direttori spesso non hanno tempo di usare i guanti di velluto quando si tratta di dare suggerimenti. Con lo stesso spirito, esaminate criticamente le foto di altri fotografi. Quando ammirate il lavoro di un collega, passate del tempo osservando le sue immagini per capire cosa le rende speciali.
E poi?
In generale, è importante essere curiosi di natura, rilassati e sicuri di occuparsi di fotografia per i motivi giusti. Se lo fate solo per soldi e premi, avrete delle cocenti delusioni, specialmente agli inizi. Alcune persone scattano grandi immagini per anni e vengono scoperte soltanto dopo la loro morte. Se, invece, il vostro scopo è di rendere migliore il mondo, fotografando e documentando soggetti importanti, rendendo la gente felice con le vostre immagini e mostrando agli altri la realtà con un diverso punto di vista, avete ottime possibilità di godere di una lunga e luminosa carriera.
Parlavi anche di determinazione...
Come ho ti ho detto, il segreto vero è la determinazione. Molti degli scatti migliori arrivano alla fine della giornata, quando ci si sente distrutti e si sta per mettere via l'attrezzatura. Se smettete troppo presto, perderete molte delle migliori opportunità. Ma se volete veramente diventare dei bravi fotografi, continuate a scattare anche quando sapete di avere già ottenuto quello che volevate.
Intervista di Bruno D'Amicis |
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Inviato: Ven Ago 24, 2007 9:32 am |
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che dire... il sogno di ogni fotografo. Lavorare per il National. Solo pochi riescono nell'impresa, uno su 10.000?
Però il fatto che fa un workshop mi interessa,
Quando è uscita questa intervista?
Ho già avuto esperienze sul campo con "grandi fotografi"
ma non si finisce mai di imparare quindi credo che un workshop con lui sia da non mancare.
Ciao |
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Inviato: Sab Ago 25, 2007 5:25 am |
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| christian64 |
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E' uscita nel ottobre 2005, un po vecchiotta ma cmq il pensiero di Sartore non cambia.
ciao |
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