 | Il mestiere più bello del mondo. |  |
Inviato: Ven Ago 10, 2007 9:45 pm |
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| christian64 |
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Quella che segue è una trascrizione libera (cioé a memoria, e fatta a posteriori) di una lettura tenuta da David Alan Harvey alla FNAC di Verona il 12 dicembre 2004. D.A.H. è uno dei più bravi e famosi fotografi americani: ha iniziato a lavorare per National Geographic più di vent'anni fa e, in osservanza del suo instancabile spirito di sfida, ad un certo punto della sua vita ha deciso di abbandonare la sicurezza di un posto di lavoro ben pagato a NG per rimettersi in gioco: da allora è uno dei membri della più famosa agenzia fotografica del mondo: Magnum Photos. Ha pubblicato molti libri incentrati sul suo soggetto preferito: l'uomo. Una certa preferenza per quello sudamericano non l'ha sottratto dal firmare straordinari lavori nel resto del mondo. Ha iniziato a frequentare l'Italia durante i corsi che tiene con Il TPW; recentemente ha fotografato la cerimonia dei ceri di Gubbio che sarà una delle prossime storie pubblicate da NG.
Assistere ad una sua lettura è un'esperienza tonificante per la mente: insegna e testimonia ciò che un maestro ha di più caro da donare: la curiosità per il mondo e l'uomo e un'umiltà che non è mai modestia intellettuale, ma invece una naturale tensione alla comprensione. Vederlo discutere con fotografi professionisti o meno in un contesto spesso provinciale come l'Italia è un gesto quasi rivoluzionario: insofferente alle corporazioni e fedele al sano culto dell'individuo, Harvey vede negli altri persone, interessanti o meno. Sa essere duro con i duri e paterno con i deboli: deciso ma mai offensivo nel confronto dei protervi, si spende invece molto nell'individuare le qualità – anche se sono deboli – di chi riconosce più in difficoltà. C'è da pensare che, abituato com'è ad osservare, egli veda attraverso ogni maschera sociale. Per questo parlarci significa essere nudi: riesce a vedere oltre il costume politico o la convenienza che l'italiano spesso indossa. Per sentirsi più a proprio agio, o per non vedere ciò che a se stesso non piace affatto.
Punto di vista e di origine.
Ho iniziato a fotografare a 12-13 anni, in bianco e nero. Al tempo il colore non c'era o si usava molto poco. Ho iniziato fotografando la mia famiglia e i miei vicini di casa. A pensarci bene non è che abbia fatto niente di molto diverso per parecchio tempo. Normalmente si pensa che i fotografi debbano fotografare chissaché per essere interessanti, ma quello che importa veramente è il punto di vista personale. Importa come si dice qualcosa piuttosto che cosa dici. Sally Mann, per esempio, è diventata famosa fotografando i suoi figli o il giardino di casa. Tutte cose che non sono comunemente percepite come molto interessanti: eppure lei è riuscita a farcele vedere in maniera personale, e quindi originale. Se uno dimostra di avere un punto di vista riesce sempre ad essere personale ed originale, perché è l'unico ad avere proprio quel punto di vista, e non un altro.
Ho continuato per molti anni a fotografare in bianco e nero. Il mio primo servizio per NG – quello che poi mi venne rifiutato – riguardava una comunità di pescatori neri non distante da casa mia. Avevo 20 anni. Con i pescatori ci sono sempre stato molto bene, li cerco sempre in ogni mio viaggio, così come le danze e le feste popolari. Come vedete non sono andato tanto distante da casa. Non sono nemmeno uscito dal mio stato. Per dirla tutta, David Alan Harvey ha fatto il suo primo vero viaggio lontano da casa a 30 anni circa. Avevo già due figli e mi mandarono in Vietnam, che al tempo era in guerra.
Io ho un approccio molto minimalista rispetto all'attrezzatura fotografica – in questo sono molto simile al mio maestro Henri Cartier-Bresson: uso sempre una Leica con un 35 mm e qualche volta un 28 mm, ma direi quasi sempre il 35. Anche quando faccio foto pubblicitarie non pensate che giri con chissaquale attrezzatura: quando ho lavorato per Lavazza, per esempio, ero da solo con la mia Leica e una modella. L'unica richiesta del committente era che ci fosse una tazzina di caffé e che la foto esprimesse una certa idea di sensualità femminile. Per il resto l'art director se ne stava a Milano e io a qualche migliaio di kilometri di distanza con una modella. E' molto importante imporre il proprio modo di lavorare: io lavoro così, con un'attrezzatura molto leggera – spesso mi scambiano per un turista e la cosa, non ve lo nascondo, mi va benissimo – e non permetto che mi dicano come devo lavorare e cosa devo fare e come. Loro mi conoscono e sanno come lavoro, altrimenti non mi verrebbero a cercare.
Come dicevo, ho iniziato col bianco e nero, e ho continuato per molti anni. A dire il vero non pensavo nemmeno che avrei mai fatto del colore. Poi ci sono arrivato naturalmente, quasi senza accorgermene. In effetti anche nelle mie foto a colori si vede che l'occhio e la composizione risentono molto della mia formazione sul b/n. Anche col colore uso una tavolozza molto ridotta, in genere non più di due/tre colori. Il colore è stata la prima rottura con i miei maestri Cartier-Bresson e Frank. Io poi sono una persona molto espansiva. Quando fotografo cerco sempre di entrare in contatto con le persone che ritraggo: conosco chi abita in un quartiere e chi lavora in quel negozio. Prendo il caffé sempre nello stesso bar e vado a mangiare sempre nello stesso ristorante. Dopo poco inizio a far parte del paesaggio, e nessuno fa più caso a me. Arrivo in una città, ci passeggio un po' ed individuo dei posti interessanti. Non giro ovunque. Devi trovare un posto e insistere su quello, almeno io la vedo così. Faccio amicizia con la gente e cerco soprattutto di farmi amico il duro del posto. Nel caso le cose si mettano male, è sempre meglio essere amico del capo indiscusso, di uno che ti copre le spalle, o comunque di uno carismatico, che può darti accesso a luoghi normalmente interdetti. E' lì che ci trovi le cose più interessanti. Così riesco a fare foto molto intime e ravvicinate: le persone che ritraggo mi conoscono e si sono abituate a vedermi, quindi dopo un po' nemmeno mi badano più. Anche questo atteggiamento è stato una rottura fondamentale con i miei maestri, soprattutto con Cartier-Bresson. Lui parlava di “momento decisivo” e aveva una concezione molto intellettuale della foto. Se ci fate caso lui è sempre “fuori” dalla foto, e osserva l'azione da una certa distanza. Un po' come il mio amico Alex Webb. Pure lui è molto intellettuale per certi versi. Io sono l'opposto. Certo, molto è dovuto al mio carattere. A me piace stare con la gente, sentir raccontare storie, bere e ballare. Credo che lo si capisca dalle mie foto.Conoscere la gente ti aiuta molto a capire i meccanismi che poi puoi fare scaturire dalle tue foto: se sai che sabato c'è una processione religiosa non puoi arrivare venerdì e dire “Ehi, sono arrivato!”. Devi arrivarci almeno il lunedì, e iniziare a conoscere il sindaco, il capo della polizia e il prete. Questo ti permette di farti avere accesso dove non potresti perché non sei conosciuto: devi “scomparire” letteralmente. La gente non deve considerarti come un intruso: devi essere uno di loro.
Il mestiere.
Sapete una cosa? Pensate che io sia nato David Alan Harvey? Lasciate che vi racconti una storia. Avevo 19 anni, ero studente al college e la mia ragazza era incinta del mio primo figlio. Non avevo un soldo e ho dovuto iniziare a lavorare in un piccolo giornale locale, come fotografo. Non è che ne fossi entusiasta, ma lo dovevo fare. Poi i figli sono cresciuti e hanno iniziato a viaggiare con me. Ma ho dovuto tenere duro per molto tempo. In quel periodo mi ripetevo “Beh, magari non faccio quello che mi piacerebbe fare, ma in fondo nessuno mi può impedire di fare belle foto”. Così ho iniziato a raccogliere foto e a farmi un portfolio; poi un giorno sono andato a New York e l'ho fatto vedere in giro, e da cosa è nata cosa. Adesso sento spesso fotografi professionisti lamentarsi del fatto che c'è poco lavoro, che c'è molta concorrenza, che non ci sono tutele, bla bla bla. Ho iniziato a girare il mondo: ho lasciato quel giornale e ci sono tornato dopo qualche anno a salutare i miei due colleghi. Lavoravano ancora là e indovinate un po' che discorsi facevano? Sempre gli stessi. E' per questo che adesso, quando capisco che una discussione sta prendendo quella piega io, semplicemente, me ne vado. E' sempre la stessa roba e non si conclude mai niente. Noi la chiamiamo “self fulfilled prophecy”: profezie che si autoavverano. Se inizi a pensare che una cosa può andar male stai sicuro che lo farà. Se già sei positivo sai di dover mettere in conto parecchi fallimenti: è normale, non c'è niente di che stupirsi. Ti succede anche se sei ottimista, figurarsi se sei pessimista!
Io mi sveglio al mattino e non so cosa mi può succedere, cosa vedrò e cosa fotograferò. Quale altro mestiere ti da questa libertà? Viaggi e fai quello che vuoi. Sei semplicemente libero, e inoltre fai quello che ami fare. Ho conosciuto uomini ricchissimi che non sapevano nemmeno cosa significasse avere la mia libertà. Quando andai a Cuba la prima volta per NG dovevo starci sei giorni. Ci restai 3 anni e ne feci pure un libro. Quando ero là capii che c'era una storia interessante da raccontare, e ci rimasi, a mie spese. Devi avere un progetto e un punto di vista, e crederci. Per questo non mi interessa che uno mi dica “Se avessi avuto un giorno in più avrei fotografato anche questo e quest'altro. Purtroppo al giornale mi danno sempre troppo poco tempo”. Il tempo! Il tempo non è mai abbastanza. Anche per me, cosa credete?! Anche se ti dessero 6 mesi di tempo: non è mai abbastanza, ma è così per tutti. Come vi ho già detto, io stesso non arrivo in qualche posto e penso di dover fotografare tutto: individuo cose che mi sembrano più interessanti di altre, e mi concentro su quelle. Sono interessanti per me, ma in fondo è il mio punto di vista che sto esprimendo, o no?
Il futuro: il digitale.
Da poco ho iniziato a lavorare anche in digitale. Molti mi chiedono come mi ci trovo. Beh, è una novità e tecnicamente è esaltante. La macchina di per sé, è sempre una macchina, non cambia mica niente. C'è evidentemente qualche differenza, ma ci fai presto l'abitudine. La questione del digitale poi la si può considerare da un punto di vista tecnico e da uno filosofico. Da quello tecnico mi sembra che si tratti di un passaggio epocale, un po' come accadde quando dal medio formato si passò al 35 mm. Tutti dicevano che la qualità era peggiore, che il fotogramma era troppo piccolo ecc. ecc. Beh, sapete tutti come è andata a finire. Già oggi il digitale è quasi paragonabile ad un 35 mm. Fra qualche anno probabilmente sarà pure meglio. La pellicola sopravviverà, ma avrà sempre meno importanza. Troverà applicazioni nella foto d'arte o di moda, come il medio formato oggi, ma l'evoluzione va decisamente in direzione del digitale.
Dal punto di vista filosofico la questione è molto più interessante. Faccio un esempio: siete ad una festa e scattate delle foto. Se usate la pellicola ragionate in maniera lineare: scattate e, mano a mano che finiscono i rullini li mettete in tasca. Continuate ad essere in mezzo all'azione, nel presente, e continuate soprattutto a scattare. I rullini li svilupperete più avanti, una volta tornati a casa. L'atteggiamento è diverso se lavorate in digitale: non avendo il problema del rullino e potendo rivedere all'istante quello che avete appena scattato, avete l'opportunità di vivere in una dimensione un po' strana: potete riguardare quello che avete appena fatto ... quando ci siete ancora dentro. State rivivendo un passato che è ancora presente, attorno a voi. Magari vi state pure perdendo delle cose interessanti che stanno succedendo mentre guardate il display della macchina. La differenza è, insomma, che con la pellicola scatti e, finito il rullino “ti metti in tasca il passato”; poi, una volta sviluppato, te lo rivedrai nel futuro. In questo modo hai una distanza temporale dall'evento più giusta e normale. Col digitale invece il presente diventa subito passato, e lo è mentre è ancora presente. E' un presente che invecchia un po' troppo in fretta, per così dire.
Un'altra questione tecnica che mi sta molto a cuore è quella dell'archiviazione. Non parlo dell'obsolescenza dei supporti – per quella si troverà sempre il modo di copiarli e spostare le immagini su altri supporti più avanzati. La questione dei formati è più complessa e preoccupante. Tempo fa stavo mettendo ordine in garage e ho trovato delle diapositive di mia nonna. Avranno avuto 100 anni. Cosa ho fatto? Le ho messe in un proiettore e me le sono guardate. Ecco: immaginate che fra 100 anni i miei nipoti trovino il mio hard disk in garage. Secondo voi che ci fanno con quello?
A cura di Martino Pietropoli |
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Inviato: Sab Ago 11, 2007 2:17 am |
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Bella questa intervista.
Adoro leggere di altri fotografi, molto bravi e professionalmente affermati e conosciuti. Da chi è riuscito in questo mestiere si impara sempre.
Mi piacerebbe anche leggere di chi sta cominciando ora o chi semplicemente vive un po nell'ombra e sta emergendo.
Le esperienze dei colleghi professionisti e degli amatori è fonte per tutti di apprendimento e miglioramente culturale.
Il nostro lavoro negli ultimi anni soprattutto in Italia ha preso una brutta piega, ma forse ha proprio ragione David a dire "E' per questo che adesso, quando capisco che una discussione sta prendendo quella piega io, semplicemente, me ne vado".
Lui fa quello che gli è sempre piaciuto e per questo è felice. La fotografia è uno stile di vita, come quello di vivere a contatto con la natura. Tutto il resto forse viene dopo, anche se oggi bisogna fare i conti con la vita di tutti i giorni ed è questo il vero limite di un fotografo.
C'è da meditare su tutto ciò. Dovrei anche io andarmene quando arrivano questi pensieri negativi....
Aspetto altre nuove interviste!
Ciao
Mirko |
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